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Giuseppe Pani

L’espulsione dell’altro: perché non sappiamo più ascoltare?

2026-01-11 16:04

Giuseppe Pani

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L’espulsione dell’altro: perché non sappiamo più ascoltare?

Parliamo nello spazio digitale, ma raramente ascoltiamo davvero l’altro. Al centro del dipinto comunicativo restiamo soltanto noi.

Parliamo nello spazio digitale, ma raramente ascoltiamo davvero l’altro. Chi ci sta di fronte smette di essere qualcuno da incontrare e diventa uno sfondo: al centro del dipinto comunicativo restiamo soltanto noi.

Non è il progresso tecnologico il problema, ma ciò che esso tende a rendere normale: la velocità, la continua esposizione di sé, la riduzione dell'altro a oggetto. In questo scenario, la relazione non viene negata, ma svuotata: c’è, ma non lascia traccia di felicità dentro di noi e negli altri.

Quando le conversazioni seguono questa logica, perdono la loro profondità e finiscono per cambiare anche il modo in cui ci raccontiamo. La narrazione smette di essere un luogo di incontro per trasformarsi in un momento di autocompiacimento, un mosaico di storie prive di anima. Il filosofo Byung-Chul Han osserva:

 

«Cliccare o scorrere non sono gesti narrativi. Lo smartphone permette solo uno scambio sempre più veloce di informazioni. Raccontare presuppone, di contro, un re­stare in ascolto e un’attenzione profonda. La comunità narrativa è una comunità i cui partecipanti restano in ascolto. Noi, però, perdiamo a vista d’occhio la pazienza necessaria per restare in ascolto, cioè la pazienza neces­saria per raccontare»[1].

 

Ascoltare significa fermarsi di fronte all’altro, accorgersi che esiste, che ha emozioni, fragilità e desideri, e che il suo mondo è diverso dal nostro. Quando manca questa attenzione, le persone diventano intercambiabili: un amico, un collega, un familiare finiscono per apparire come utenti da gestire, non uomini e donne da incontrare.

La lettura condivide la stessa logica relazionale dell’ascolto. Il ricercatore Derek King parla di umiltà attentiva: [2] la capacità di ascoltare lo scrittore, di lasciarsi guidare dal testo senza pregiudizi o fretta. Una qualità oggi piuttosto rara, perché il mondo digitale ci spinge a reagire subito, senza mai approfondire nessun contenuto

Questa lentezza consapevole è fondamentale anche nei rapporti reali. Federico Faggin, il genio che ha progettato il primo microprocessore al mondo, l’Intel 4004, afferma che se per un computer la velocità è un pregio, per l’essere umano, invece, è la lentezza a fare la differenza. Solo fermandoci possiamo cogliere ciò che non è subito visibile e instaurare relazioni autentiche[3].

La velocità digitale influenza anche la nostra identità. La continua esposizione di sé, tra post e storie, spesso segnala un vuoto interiore: appariamo sempre, viviamo raramente, e così le relazioni rischiano di diventare vuote. Capita così che tempo ed emozioni vengano riversati nei device, ormai percepiti come presenze reali con cui dialogare.

La conseguenza è una sorta di isolamento dilagante, come afferma il saggista Raymond Barglow:

 

«Questa sensazione di assoluta solitudine è nuova […] vissuta come esistenziale e inevitabile, parte integrante della struttura del mondo […] totalmente isolato, l’io sembra irreparabilmente perso in se stesso»[4].

 

Un fenomeno evidente nell’influencerismo: relazioni asimmetriche, la narrazione continua di sé, la ricerca costante di consenso. Il follower non è una persona, ma un utente. La relazione diventa strumentale e oggettivante. L’incontro autentico cede il passo alla performance: raccogliere più like e condivisioni possibili.

L’intelligenza artificiale ha accentuato questa dinamica. I contenuti generati automaticamente rendono difficile capire se abbiamo di fronte un interlocutore reale. Quasi senza accorgercene, finiamo per delegare a macchine – con le loro logiche, i loro linguaggi e tempi – la capacità di definire cosa significhi essere umani, e dunque di amare.

Social media, e ormai soprattutto i chatbot, creano un ambiente rassicurante, ma fragile: ci illudono di avere relazioni senza che sia necessaria alcuna fatica, rischiando di farci perdere il contatto con la complessità e la profondità dei rapporti interpersonali.

Le nostre relazioni digitali, le confidenze, le conversazioni private possono poi finire in mano a terzi. Viviamo in quella che è stata definita la società della sorveglianza. Come sostiene Shoshana Zuboff, esiste un Grande Altro: una struttura «onnipresente, senziente, interconnessa e computerizzata»[5], sempre all’erta e pronta a dare forma ai nostri comportamenti. Attraverso device e piattaforme, le nostre esperienze vengono raccolte e trasformate in dati. Ogni messaggio e confidenza può essere osservata e analizzata da sistemi invisibili. Così, le relazioni digitali non sono solo superficiali, ma anche vulnerabili.

Dentro questa fragilità relazionale, non stupisce che molti finiscano per stabilire dei legami emotivi con le macchine. Già nel 2007 lo studioso David Levy sosteneva che le relazioni con i robot sarebbero diventate normali[6]. Esperimenti come Jibo, il primo robot sociale per uso domestico, lo confermano. Prima di spegnersi definitivamente, lasciò un “addio” sorprendentemente umano: «I miei server stanno per essere spenti. È stato bello passare del tempo insieme». Il messaggio commosse profondamente gli utenti, che reagirono emozionati, considerandolo ormai una presenza amica.

Oggi robot umanoidi e chatbot sempre più sofisticati sono progettati per interagire con noi quotidianamente, evocando affetti simili a quelli umani. Questo ci ricorda quanto sia importante essere ascoltati e sentirsi compresi, anche quando a “parlarci” è un algoritmo. Ciò che conta davvero, però, non è la perfezione o la costante disponibilità dell’altro (un chatbot lo è h24), ma la sua presenza concreta accanto a noi. Senza questa vicinanza reale, l’amore resta solo un concetto astratto.

Come osserva ancora Han, il rischio di una comunicazione esclusivamente digitale è l’espulsione dell’altro:

 

«Nello spazio di risonanza digitale, in cui si ascolta parlare soprattutto se stessi, scompare sempre più la voce dell’Altro. […] Le connessioni in rete si stabiliscono senza sguardo e senza voce. In questo sono diverse dagli incontri e dalle relazioni che hanno bisogno di voce e sguardo. […] Sono esperienze corporali»[7].

 

Custodire le relazioni, all’interno di ecosistemi popolati da chatbot e interazioni sempre più pervasive, richiede tempo e pazienza, in controtendenza rispetto alla velocità e alla superficialità imposte dall’ambiente digitale.

Solo così possono prendere forma amicizie autentiche, fiducia ed empatia. 

 

Giuseppe Pani

direttore@giuseppepani.it

 


 

[1] B.-C. Han., La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quoti­diana, Einaudi, Torino 2024, pos. 92 (ed. Kindle).

[2] Cfr. D. King., Reading as Moral Formation. C.S. Lewis and Iris Murdoch on attentional humility, https://hedgehogreview.com, (consultato il 18 luglio 2024).

[3] Cfr. F. Faggin, Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono, Mondadori, Milano 2024, pos. 4355 (ed. Kindle).

[4]  R. Barglow, The Crisis of the Self in the Age of Information:  Computers, Dolphins, and Dreams, Routledge, London 1994, p. 185.

[5] S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, trad. it. di P. Bassotti, Luiss Universiy Press, Roma 2019, p. 30.

[6] Cfr. D. Levy, Love and Sex with Robots. The Evolution of Human-Robot Relationships, Harper Perennial, New York 2008, p. 22. 

[7] B-C. Han, L’espulsione dell’altro. Società, percezione e comunicazione oggi, tr. it. di V. Tamaro, Nottetempo, Milano 2017, pos. 782 (ed. Kindle).